Saturday, 5 May 2012

Le piccole scelte che fanno la differenza

Cara Philo,

condividiamo così tanto insieme, la nostra immaginazione, il nostro peregrinare per le vie del mondo a parlare di diritti e di diversità, il nostro parlare concitato e appassionato in difesa dei deboli ci avvicina pur vivendo agli antipodi, io nel profondo sud dell’Africa australe e tu nel profondo nord dell’Europa artica, una distanza che non ci impedisce di condividere. Condividiamo innanzi tutto l’amore per il Kenya, il tuo paese, il mio paese. Si perché sebbene io non vi sia nata, qui è nata la mia famiglia, le mie figlie sono keniote e il loro certificato di nascita porta in calce la dicitura REPUBLIC OF KENYA.  Ma la ragione profonda di questo amore, affonda le sue radici in ciò che il Kenya ancora non ha… la promessa del domani.

Hai scritto che il nostro petrolio sono i giovani. Hai ragione Philo, i giovani sono la nostra ricchezza, lo sono sempre stati anche quando i nostri genitori e i nostri nonni erano bambini, erano ieri e sono oggi  coloro i quali domani dovranno rimediare ai nostri errori (che sappiamo impossibile), che dovranno cercare soluzioni per  creare una società globale sostenibile, umana. Sai,  ogni giorno negli occhi delle mie figlie, ancora troppo piccole per  influire sulla società civile direttamente con le loro scelte, vedo che non solo sono il futuro ma sono innanzi tutto l’adesso.  Le scelte che facciamo per loro oggi determineranno le loro azioni di domani ma inevitabilmente l’inizio del cammino ha un suo peso sul loro oggi. Se il terreno oggi è fangoso rischiano di arrivare al domani percorrendo un sentieri scivoloso e insidioso. A loro spetta il nostro sguardo, la nostra attenzione, la nostra lotta, il nostro coinvolgimento, a loro spetta il nostro rispetto. Ma come giustamente scrivi, come facciamo a dimostrare questa attenzione e questo rispetto se non concediamo loro ciò che gli serve per crescere? In Kenya, lo sappiamo, il 60 per cento della popolazione è sotto i 18 anni, l’analfabetismo è ancora una piaga e la disoccupazione dei giovani tra i 18 e i 26 anni è del 40%   per cento. Loro sono la voce di oggi, non solo quella di domani e perché domani questa voce possa farsi sentire e cambiare la colonna sonora che oggi stona nel paese, occorre dare loro l’opportunità di scrivere nuove note. Tu stessa hai usato la metafora della danza e del canto, mai scelta fu più appropriata per il Kenya.  Ma come si fa a cambiare musica senza un pentagramma nuovo? Non basta scrivere sopra le vecchie cancellature, ne occorre uno nuovo e il pentagramma è l’istruzione. Il Kenya ha messo l’istruzione al settimo posto delle sue priorità dopo la difesa e l’armamento.  . Ci pensi, venti di guerra che alitano al collo dei nostri figli!  E che dire dei parlamentari, ministri e del presidente che in Kenya è l’uomo più ricco del paese. Non è un controsenso? Non è legittimo pensare che il sistema funzioni con questa disparità e iniqua distribuzione delle risorse. Perché più i soldi restano confinati nelle roccaforti di pochi potenti, più si indebolisce e si allenta il filo sospeso che regge l’equilibrio sociale. Bisogna riuscire a rendere l’istruzione accessibile a tutti, in Kenya, in Sudafrica e nel mondo. Un seme che da sé non basta,  che richiede anche un terreno in cui coltivarla. Prospettive, opportunità, lavoro. E’ di questa mattina la notizia apparsa sul Sowetan di una madre di tre figli a Randfontein in Sudafrica, che ha imposto alla figlia di nove anni, di restare a casa a badare ai fratelli più piccoli perché lei deve andare nei campi a  lavorare. La bambina che andava a scuola scalza e senza cibo, aveva raggiunto buoni risultati, nonostante tutto.  Segnalato il caso dalle autorità scolastiche,  la madre è stata raggiunta dai servizi sociali ai quali ha spiegato che quando avrà soldi per comprare a sua figlia le scarpe e qualcuno che badi ai figli più piccoli la rimanderà a scuola. Ora il caso è all’attenzione del Dipartimento per lo sviluppo sociale del Gauteng. Cosa accadrà a quella bambina? Riuscirà a tornare a scuola dove l’aspettano i loro compagni di poco più fortunati di lei, se non altro perché hanno un paio di scarpe da indossare? Qui in Sudafrica se non hai i soldi per la scuola i figli restano a casa, così accade in Kenya, in Italia i  figli vanno a scuola lo stesso ma poi accade qualcosa che gli impedisce di camminare avanti. Sai ho provato ad immaginare a come deve essersi sentita quella bambina di Randfontein quando la madre le ha impedito di continuare ad  andare a scuola… Ho pensato alle  mie amiche di Jericho a Nairobi, cosa accadrebbe se i loro genitori dalle case di fango e zinco di Kiambio e Jericho dovessero dirgli che la scuola è finita per loro?. Tre anni fa venivano ogni giorno da me a fare merenda tornando da scuola. Alcune avevano le divise consumate, altre i calzini bucati e le scarpe cucite tante volte, eppure tiravano fuori con orgoglio dai loro zainetti usati e riusati i quaderni ricoperti con carta di giornale e mostrandomeli mi parlavano del loro futuro. Pensa nessuna di loro, mi ha mai detto che sognava di andarsene dal Kenya. Loro mi scrivono ancora a distanza di tempo, immagino a cosa potrebbero acquistare con gli scellini che usano per acquistare il francobollo per spedirmi una lettera… ma questo fatto mi inorgoglisce perché loro hanno fatto una scelta. Preferiscono un francobollo, la loro finestra sul mondo, a un vassoio di muffin al cioccolato o a un sacchetto di Big G, la Big Bubble del Kenya! Ecco dove risiedono le scelte, e tu lo sai benissimo cara Philo, che le scelte partono dal basso, dal singolo, da una piccola unione e poi hanno questo magico potere di allargarsi a macchia d’olio. Le bambine di Jericho avevano un sogno tre anni fa e ce l’hanno ancora oggi, loro stanno già scrivendo il futuro.  Chissà se riusciranno a realizzarlo? Se la loro strada non si fermerà prima che possa portarle un passo più lontano! Me lo domando ogni giorno.  E se ci riusciranno, saranno anch’esse vittime di un sistema politico basato sul tribalismo? Eh già perché poi tu punti il dito, e io insieme a te, sull’inopportuno sistema tribale vigente in Kenya che favorisce nella gerarchia sociale, coloro che appartengono ad una tribù piuttosto che ad un’altra. Sempre di quest’oggi è la notizia che il distretto municipale di Mopani nella regione del Limpopo in Sudafrica, ha sporto denuncia contro i manager che offrivano lavoro sulla base dell’appartenenza  tribale dei candidati. Vedi amica cara, anche nella nazione arcobaleno il tribalismo è una brutta bestia disarticolata! Sai pensandoci bene anche in Italia c’è tutt’ora in vigore un sistema preferenziale per accedere a determinati  posti di lavoro: le conoscenze. E’ sempre stato così… e in tutti gli ambiti professionali . Anche nell’ambito della cultura, mi dispiace dirlo perché ho visto amici  e colleghi soffrirne di questo, c’è una sorta di “selezione” che più che essere basata sulle competenze, è basata su rapporti di favoritismo, di preferenza, di conoscenza... Come vedi il mondo ruota e sembra che in questo movimento circolatorio le esperienze passano da un luogo all’altro,  varcando confini, cambiando nomi, lasciando la sostanza intatta.
Anche io mi auguro per il Kenya, il Sudafrica, l’Italia nelle quali vive una parte di me,  un presente che trovi il coraggio e il modo per spazzare via leadership avide di denaro e di potere e intraprenda la via della saggezza, quella che tu evochi citando Martin Luther King, Gandhi, Nelson Mandela.