Thursday, 20 January 2011

Dovremmo lavorare sulle cose che ci accomunano e consentire alle differenze di esistere.

Sono cresciuta in una famiglia adottiva interrazziale durante l'apartheid. Sogni e fantasie erano il mio rifugio dalla crudeltà psicologica del sistema. L'arte era il mio rifugio, un'instancabile varietà di natura era il mio riparo, la poesia diventò la casa dove potevo veramente esprimere me stessa e riflettere il mondo che vedevo. Questa per me è la libertà.
Sceneggiatrice, attrice, poetessa, Philippa Yaa de Villiers è una di quelle persone carismatiche con cui non è difficile provare una certa empatia, è quel che è accaduto "incontrandola", leggendola, ascoltandola, osservando la fisionomia del suo volto e ascoltando la morbidezza della sua voce che accarezza con ironia qualsiasi argomento. Una donna eclettica che riconosce il successo di un artista non tanto nel plauso e nel tributo  del pubblico quanto nella necessità dell'artista stesso di fare ciò di cui sente il bisogno senza aspettarsi nulla in cambio.


VALENTINA - Philippa tuo padre era ghanese e tua madre australiana e sei cresciuta in una familgia adottiva di origini afrikaaner. Cosa ha significato per te e per l'ambiente in cui sei vivevi, crescere in una famiglia bianca durante il regime dell'apartheid? Come sei cresciuta?
PHILIPPA - Mia madre adottiva era un'accademica tedesca sposata ad un artigiano afrikaaner anglicizzato. Credo che la sfida più grande  di come vediamo l'identità attraverso l'apartheid e il razzismo, sia che dividiamo la società in etichette basate sul colore e le persone che si adattano o meno a quelle etichette. Questo ha rappresentato un enorme problema per me. Ero sempre troppo nera per essere bianca e troppo bianca per essere nera. Ero completamente inaccettata da certe persone (quelle persone che amano definire gli altri secondo certe etichette). Sotto l'apartheid e in un contesto molto più razzista, i punti di riferimento, le abitudini culturali e gli assunti erano prerogativa di determinate fasce di popolazione. Ad esempio i bianchi amavano la musica classica ed erano i migliori musicisti di classica. Ciò che ho scoperto crescendo, è che io condivido riferimenti culturali con persone di ogni colore e riferirsi  al colore nello specifico, escludendo un senso strettamente storico politico, è ignobile e offensivo, nega alle persone la loro umanità e mina i loro sogni.


VALENTINA - Qual'era il tuo rapporto con gli altri bambini neri e con i bianchi?
PHILIPPA -I miei migliori amici erano i bambini della mia bambinaia africana. Avevo anche amici bianchi, ma non molti, anche se ho incontrato alcuni su facebook che insistevano a dire che ero molto popolare. Molte volte provavo un senso di spaesamento e di estraneità. Mi facevo scudo diventando la buffona della classe.


VALENTINA - In che modo crescere tra culture diverse ha influenzato la tua scrittura?
PHILIPPA -Penso che essere una outsider ha contribuito a donare molta energia alla mia scrittura: l'energia per mettermi in relazione agli altri. Scrivere ha a che fare con la lettura cosi come con la scrittura in sé. Credo che la mia inquietudine e il mio profondo desiderio di vedere me stessa riflessa, la mia sete spirituale di vedere tutta la complessità della mia condizione umana raccontata, racchiusa nelle parole di altri, mi abbia  portata a leggere autori sudamericani, asiatici, caraibici, nordamericani, africani, australiani ed europei. Sono grata per questo senso di appartenenza a un unico mondo attraverso la letteratura.

VALENTINA - Se dovessi usare una metafora come descriveresti il senso di "appartenenza"?
PHILIPPA - L'appartenenza  è come un bell'abito che hai acquistato in una bancarella per la strada senza averlo provato. Quando poi vai a casa e lo indossi, scopri che ti fa sembrare cosi grande e non ti dona affatto.


VALENTINA - Quali sono stati gli autori che hanno modellato la tua vita di lettrice?
PHILIPPA - James Baldwin, Tsitsi Dangbarengba, Heinrich Boll, Martin Carter, Keorapetse Kgositsile, Stacyann Chin, Arundhati Roy, Riaan Malan,  e certamente i miei colleghi poeti contemporanei: Makhosazana Xaba, Myesha Jenkins, Napo Masheane, Lebo Mashile, Natalia Molebatsi, Khanyi Magubane, Malika Ndlovu.

VALENTINA -Hai scritto un bellissimo monologo che hai anche interpretato intitolato "Original Skin", è un meraviglioso lavoro permeato di ironia in cui esplori il tuo rapporo con l''identità. Quanto è stato difficile per te scriverlo? Attraverso quali sofferenze e conflitti interiori sei dovuta passare?
PHILIPPA - Se hai un anno di tempo te lo spiego.... E' stato difficile, ho dovuto superare tutti i tabù che solitamente i figli adottivi vivono. Sei stata adottata e per questo devi essere infinitamente leale e grata verso coloro che ti hanno adottata anche se hanno commesso dei gravi errori. Poi c' è stato il fatto di non avere intrapreso questo viaggio identitario prima, di solito le persone lo intraprendono nell'età adolescenziale, io invece ho dovuto aspettare i miei trentanni e infine c' stata la paura degli scrittori, cosa avrebbero pensato di me, mi avrebbero presa in considerazione?






VALENTINA - Philippa che cos'è l'identità per te? Se dovessimo definire una identità sudafricana in un paese cosi palesemente multietnico come lo definiresti?
PHILIPPA - Vedo l'identità come una serie di attributi che scegliamo per sottolineare la nostra relazione con il mondo. Se sei gay potrebbe essere più importante per te sottolineare la tua sessualità. Penso che le identità siano continuamente divise e corrette a seconda delle proprie intenzioni, potresti desiderare di enfatizzare il fatto di essere nero perché magari questo ti garantirà un maggiore riscontro. Potresti enfatizzare il fatto di essere una madre single perché la compagnia elettrica acceleri le pratiche dell'allaccio al servizio. Siamo caduti dal paradiso, le identità sono create e distrutte, non siamo più innocenti. Usiamo le identità per ottenere ciò che vogliamo. La tecnologia ci aiuta molto a realizzare questi intenti più velocemente, le persone creano continuamente identità utilizzando i social network come facebook o twitter.Ma dobbiamo ancora agire, e questo è molto più importante di tutto il resto.

VALENTINA - Lo scrittore Amin Malouf ha detto che noi non siamo alberi a significare che le nostre radici non sono necessariamente legate ad un luogo geografico.Sei d'accordo con questo pensiero? Dove sono le tue radici?
PHIIPPA - Non ne sono certa dal momento che non sono ancora alla conclusione della mia storia. Ho avuto momenti belli in tutti i luoghi dove ho vissuto, in cui mi sentivo a casa, in pace pronta a crescere. Sono d'accordo sul fatto che le mie radici non siano identificabili con un luogo geografico specifico, direi che le mie radici sono in  mio figlio di undici anni, e dovunque lui sarà io dovrò costruirgli una casa e provvedere a lui. Lui modella l'albero in cui cui sto crescendo.

VALENTINA - Il Sudafrica tra poco festeggerà il suo sedicesimo compleanno da paese libero, puoi dirci come è cresciuta la società sudafricana in questi anni e in che modo la gioventù sudafricana si relaziona con il proprio passato?
PHILIPPA - Il Sudafrica sta seduto sulle pene e le corruzioni del passato.Stiamo ancora lottando per una giustizia sociale e oggi è ancora più difficile perché non esiste più il regime segregazionista. La gioventù è più proiettata verso il futuro e questo è un fattore positivo solo che per andare avanti e migliorare, per crescere occorre sapere da dove veniamo ed è questo il motivo per cui ho portato Original Skin  nelle scuole, per stimolare il dibattito sull'identità e per incoraggiare le persone a guardare oltre le limitazioni che il vecchio regime dell'apartheid ha posto nelle persone. Faccio questo soprattutto per coloro che  sono ancora oggi ossessionati dall'identità razziale. La principale divisione di classi è ancora in piedi, anzi in alcuni casi è maggiore, quindi da quando viviano in un sistema finanziario neo liberale che ha permesso la nascita di una piccola classe media nera, la maggioranza è ancora esclusa persino nell'accesso all'istruzione e alle adeguate cure sanitarie.

VALENTINA - Di cosa avrebbero bisogno le società mondiali per spezzare il muro della discriminazione? E cosa, noi genitori, figli, educatori dovremmo mettere nel nostro ordine del giorno per fare in modo che nasca una società interculturale dove le differenze siano viste come valore e non come una paura?
PHILIPPA - Dovremmo lavorare sulle cose che ci accomunano e consentire alle differenze di esistere. Dobbiamo identificare il razzismo e il sessismo e rendere difficile per le persone che li pongono come priorità nell'accesso alle risorse. Dovremmo dirigere la nostra attenzione dando vita ad una uguaglianza sociale. Sembra facile ma dobbiamo AGIRE, dobbiamo dare un taglio all'apatia che ci affligge.

VALENTINA - Credo che tu abbia vissuto una doppia crisi identitaria, figlia adottiva e poi il senso di estraneità in una società che non contemplava i neri. Saresti mai arrivata alla definizione della tua esistenza senza passare attraverso la scrittura?
PHILIPPA - Direi di no. La scrittura è sempre stata il luogo dove volevo essere, rivelare me stessa come volevo anche con le persone a me vicine.


VALENTINA - Finisci questa frase per noi: "scrivere è ......"
PHILIPPA - E' la cosa più difficile che io abbia mai fatto e la più felice che io sia riuscita a compiere.

VALENTINA - Credo che i paesi si conoscano meglio attraverso i loro autori. Quali autori e titoli consiglieresti a chi volessere conoscere meglio il Sudafrica di ieri e di oggi?
PHILIPPA -Zakes Mda (The Madonna of Exelsior, Ways of Dying), Njabulo Ndebele (The Cry of Winnie Mandela), Zukiswa Wanner (The Madams, Men of the South), Siphiwo Mahala (When a man cries), Thando Mgqolozana (When a man is not a man), Lebo Mashile (Ribbon of Rhythm, Flying against the sky) Makhosazana Xaba (Tongues of their mothers), Riaan Malan (My Traitor’s Heart).

VALENTINA - Come descriveresti la scena letteraria sudafricana?
PHIIPPA -  Abbiamo diversi importanti eventi letterari, tuttavia in Sudafrica i libri restano un bene fuori dalla portata della maggioranza della popolazione. La scena artistica è vibrante e stimolante ma potrà realmente crescere una volta superate le diseguaglianze sociali.

VALENTINA - Cosa ti aspetti per il tuo paese nei prossimi dieci anni e come vorresti contribuire a raggiungere i tuoi obiettivi?
PHILIPPA - Vorrei contribuire sviluppando una cultura della lettura attraverso pubbliche letture. Attualmente coordino un piccolo gruppo di lettura nel circuito delle biblioteche  dove discutiamo di libri e scrittura.  Vorrei scrivere più per il teatro, la mia prima grande passione, e sviluppare e approfondire  il linguaggio  attraverso l'incontro con un pubblico sempre nuovo.
La mia sfida è quella di vivere consapevolmente facendo ciò di cui sento il bisogno, in Sudafrica sfortunatamente non abbiamo un sistema di sovvenzionamento per gli scrittori, quindi si tratta davvero di bilanciare la responsbailità sociale con quella individuale.


Philippa è autrice di due raccolte di poesie:  TALLER THAN BUILDINGS pubblicato grazie al Centre for the Books, una ong lavora attraverso la Biblioteca Nazionale con  lo scopo di promuovere la lettura in Sudafrica e THE EVERYDAY WIFE pubblicato nel 2010 da Modjadji Books. La raccolta di poesie è stata presentata al Harare International Festival of the Arts lo scorso aprile.
Philippa ha vinto il premio indetto dalla National Arts Festival’s Writing Beyond the Fringe per un lavoro letterario intitolato "The Day that Jesus Dropped the Ball… and other stories."
Ecco una poesia tratta da The everyday wife dedicata alla musicista di origini zimbabwiane Chiwoniso Maraire esponente della musica mbira.



 


for Chiwoniso Maraire

We Africans came to Berlin to sing
and recite poetry. We had an agenda:
remembering our anthems of loss,
galloping, consuming,
the pillage, the cries
like forest fires, like haunted children,
how can we, how can we even
begin to redress?
Enraged, we wanted revenge
and then, Chiwoniso, you stepped on the stage and
you opened your mouth and
every stolen river of platinum and gold
poured out of your mouth in song;
your voice etched us out of the night
and doubled the light in each of us.
You restored all the treasure-houses
from Benin to Zimbabwe, Mapungubwe to Cairo;
Africa moved its golden bones,
shook off its heavy chains
and danced again.
That night I thought
if only
love could purchase bread,
Africans would not be hungry.




Dovremmo lavorare sulle cose che ci accomunano e consentire alle differenze di esistere.

Sono cresciuta in una famiglia adottiva interrazziale durante l'apartheid. Sogni e fantasie erano il mio rifugio dalla crudeltà psicologica del sistema. L'arte era il mio rifugio, un'instancabile varietà di natura era il mio riparo, la poesia diventò la casa dove potevo veramente esprimere me stessa e riflettere il mondo che vedevo. Questa per me è la libertà.
Sceneggiatrice, attrice, poetessa, Philippa Yaa de Villiers è una di quelle persone carismatiche con cui non è difficile provare una certa empatia, è quel che è accaduto "incontrandola", leggendola, ascoltandola, osservando la fisionomia del suo volto e ascoltando la morbidezza della sua voce che accarezza con ironia qualsiasi argomento. Una donna eclettica che riconosce il successo di un artista non tanto nel plauso e nel tributo  del pubblico quanto nella necessità dell'artista stesso di fare ciò di cui sente il bisogno senza aspettarsi nulla in cambio.


VALENTINA - Philippa tuo padre era ghanese e tua madre australiana e sei cresciuta in una familgia adottiva di origini afrikaaner. Cosa ha significato per te e per l'ambiente in cui sei vivevi, crescere in una famiglia bianca durante il regime dell'apartheid? Come sei cresciuta?
PHILIPPA - Mia madre adottiva era un'accademica tedesca sposata ad un artigiano afrikaaner anglicizzato. Credo che la sfida più grande  di come vediamo l'identità attraverso l'apartheid e il razzismo, sia che dividiamo la società in etichette basate sul colore e le persone che si adattano o meno a quelle etichette. Questo ha rappresentato un enorme problema per me. Ero sempre troppo nera per essere bianca e troppo bianca per essere nera. Ero completamente inaccettata da certe persone (quelle persone che amano definire gli altri secondo certe etichette). Sotto l'apartheid e in un contesto molto più razzista, i punti di riferimento, le abitudini culturali e gli assunti erano prerogativa di determinate fasce di popolazione. Ad esempio i bianchi amavano la musica classica ed erano i migliori musicisti di classica. Ciò che ho scoperto crescendo, è che io condivido riferimenti culturali con persone di ogni colore e riferirsi  al colore nello specifico, escludendo un senso strettamente storico politico, è ignobile e offensivo, nega alle persone la loro umanità e mina i loro sogni.


VALENTINA - Qual'era il tuo rapporto con gli altri bambini neri e con i bianchi?
PHILIPPA -I miei migliori amici erano i bambini della mia bambinaia africana. Avevo anche amici bianchi, ma non molti, anche se ho incontrato alcuni su facebook che insistevano a dire che ero molto popolare. Molte volte provavo un senso di spaesamento e di estraneità. Mi facevo scudo diventando la buffona della classe.


VALENTINA - In che modo crescere tra culture diverse ha influenzato la tua scrittura?
PHILIPPA -Penso che essere una outsider ha contribuito a donare molta energia alla mia scrittura: l'energia per mettermi in relazione agli altri. Scrivere ha a che fare con la lettura cosi come con la scrittura in sé. Credo che la mia inquietudine e il mio profondo desiderio di vedere me stessa riflessa, la mia sete spirituale di vedere tutta la complessità della mia condizione umana raccontata, racchiusa nelle parole di altri, mi abbia  portata a leggere autori sudamericani, asiatici, caraibici, nordamericani, africani, australiani ed europei. Sono grata per questo senso di appartenenza a un unico mondo attraverso la letteratura.

VALENTINA - Se dovessi usare una metafora come descriveresti il senso di "appartenenza"?
PHILIPPA - L'appartenenza  è come un bell'abito che hai acquistato in una bancarella per la strada senza averlo provato. Quando poi vai a casa e lo indossi, scopri che ti fa sembrare cosi grande e non ti dona affatto.


VALENTINA - Quali sono stati gli autori che hanno modellato la tua vita di lettrice?
PHILIPPA - James Baldwin, Tsitsi Dangbarengba, Heinrich Boll, Martin Carter, Keorapetse Kgositsile, Stacyann Chin, Arundhati Roy, Riaan Malan,  e certamente i miei colleghi poeti contemporanei: Makhosazana Xaba, Myesha Jenkins, Napo Masheane, Lebo Mashile, Natalia Molebatsi, Khanyi Magubane, Malika Ndlovu.

VALENTINA -Hai scritto un bellissimo monologo che hai anche interpretato intitolato "Original Skin", è un meraviglioso lavoro permeato di ironia in cui esplori il tuo rapporo con l''identità. Quanto è stato difficile per te scriverlo? Attraverso quali sofferenze e conflitti interiori sei dovuta passare?
PHILIPPA - Se hai un anno di tempo te lo spiego.... E' stato difficile, ho dovuto superare tutti i tabù che solitamente i figli adottivi vivono. Sei stata adottata e per questo devi essere infinitamente leale e grata verso coloro che ti hanno adottata anche se hanno commesso dei gravi errori. Poi c' è stato il fatto di non avere intrapreso questo viaggio identitario prima, di solito le persone lo intraprendono nell'età adolescenziale, io invece ho dovuto aspettare i miei trentanni e infine c' stata la paura degli scrittori, cosa avrebbero pensato di me, mi avrebbero presa in considerazione?






VALENTINA - Philippa che cos'è l'identità per te? Se dovessimo definire una identità sudafricana in un paese cosi palesemente multietnico come lo definiresti?
PHILIPPA - Vedo l'identità come una serie di attributi che scegliamo per sottolineare la nostra relazione con il mondo. Se sei gay potrebbe essere più importante per te sottolineare la tua sessualità. Penso che le identità siano continuamente divise e corrette a seconda delle proprie intenzioni, potresti desiderare di enfatizzare il fatto di essere nero perché magari questo ti garantirà un maggiore riscontro. Potresti enfatizzare il fatto di essere una madre single perché la compagnia elettrica acceleri le pratiche dell'allaccio al servizio. Siamo caduti dal paradiso, le identità sono create e distrutte, non siamo più innocenti. Usiamo le identità per ottenere ciò che vogliamo. La tecnologia ci aiuta molto a realizzare questi intenti più velocemente, le persone creano continuamente identità utilizzando i social network come facebook o twitter.Ma dobbiamo ancora agire, e questo è molto più importante di tutto il resto.

VALENTINA - Lo scrittore Amin Malouf ha detto che noi non siamo alberi a significare che le nostre radici non sono necessariamente legate ad un luogo geografico.Sei d'accordo con questo pensiero? Dove sono le tue radici?
PHIIPPA - Non ne sono certa dal momento che non sono ancora alla conclusione della mia storia. Ho avuto momenti belli in tutti i luoghi dove ho vissuto, in cui mi sentivo a casa, in pace pronta a crescere. Sono d'accordo sul fatto che le mie radici non siano identificabili con un luogo geografico specifico, direi che le mie radici sono in  mio figlio di undici anni, e dovunque lui sarà io dovrò costruirgli una casa e provvedere a lui. Lui modella l'albero in cui cui sto crescendo.

VALENTINA - Il Sudafrica tra poco festeggerà il suo sedicesimo compleanno da paese libero, puoi dirci come è cresciuta la società sudafricana in questi anni e in che modo la gioventù sudafricana si relaziona con il proprio passato?
PHILIPPA - Il Sudafrica sta seduto sulle pene e le corruzioni del passato.Stiamo ancora lottando per una giustizia sociale e oggi è ancora più difficile perché non esiste più il regime segregazionista. La gioventù è più proiettata verso il futuro e questo è un fattore positivo solo che per andare avanti e migliorare, per crescere occorre sapere da dove veniamo ed è questo il motivo per cui ho portato Original Skin  nelle scuole, per stimolare il dibattito sull'identità e per incoraggiare le persone a guardare oltre le limitazioni che il vecchio regime dell'apartheid ha posto nelle persone. Faccio questo soprattutto per coloro che  sono ancora oggi ossessionati dall'identità razziale. La principale divisione di classi è ancora in piedi, anzi in alcuni casi è maggiore, quindi da quando viviano in un sistema finanziario neo liberale che ha permesso la nascita di una piccola classe media nera, la maggioranza è ancora esclusa persino nell'accesso all'istruzione e alle adeguate cure sanitarie.

VALENTINA - Di cosa avrebbero bisogno le società mondiali per spezzare il muro della discriminazione? E cosa, noi genitori, figli, educatori dovremmo mettere nel nostro ordine del giorno per fare in modo che nasca una società interculturale dove le differenze siano viste come valore e non come una paura?
PHILIPPA - Dovremmo lavorare sulle cose che ci accomunano e consentire alle differenze di esistere. Dobbiamo identificare il razzismo e il sessismo e rendere difficile per le persone che li pongono come priorità nell'accesso alle risorse. Dovremmo dirigere la nostra attenzione dando vita ad una uguaglianza sociale. Sembra facile ma dobbiamo AGIRE, dobbiamo dare un taglio all'apatia che ci affligge.

VALENTINA - Credo che tu abbia vissuto una doppia crisi identitaria, figlia adottiva e poi il senso di estraneità in una società che non contemplava i neri. Saresti mai arrivata alla definizione della tua esistenza senza passare attraverso la scrittura?
PHILIPPA - Direi di no. La scrittura è sempre stata il luogo dove volevo essere, rivelare me stessa come volevo anche con le persone a me vicine.


VALENTINA - Finisci questa frase per noi: "scrivere è ......"
PHILIPPA - E' la cosa più difficile che io abbia mai fatto e la più felice che io sia riuscita a compiere.

VALENTINA - Credo che i paesi si conoscano meglio attraverso i loro autori. Quali autori e titoli consiglieresti a chi volessere conoscere meglio il Sudafrica di ieri e di oggi?
PHILIPPA -Zakes Mda (The Madonna of Exelsior, Ways of Dying), Njabulo Ndebele (The Cry of Winnie Mandela), Zukiswa Wanner (The Madams, Men of the South), Siphiwo Mahala (When a man cries), Thando Mgqolozana (When a man is not a man), Lebo Mashile (Ribbon of Rhythm, Flying against the sky) Makhosazana Xaba (Tongues of their mothers), Riaan Malan (My Traitor’s Heart).

VALENTINA - Come descriveresti la scena letteraria sudafricana?
PHIIPPA -  Abbiamo diversi importanti eventi letterari, tuttavia in Sudafrica i libri restano un bene fuori dalla portata della maggioranza della popolazione. La scena artistica è vibrante e stimolante ma potrà realmente crescere una volta superate le diseguaglianze sociali.

VALENTINA - Cosa ti aspetti per il tuo paese nei prossimi dieci anni e come vorresti contribuire a raggiungere i tuoi obiettivi?
PHILIPPA - Vorrei contribuire sviluppando una cultura della lettura attraverso pubbliche letture. Attualmente coordino un piccolo gruppo di lettura nel circuito delle biblioteche  dove discutiamo di libri e scrittura.  Vorrei scrivere più per il teatro, la mia prima grande passione, e sviluppare e approfondire  il linguaggio  attraverso l'incontro con un pubblico sempre nuovo.
La mia sfida è quella di vivere consapevolmente facendo ciò di cui sento il bisogno, in Sudafrica sfortunatamente non abbiamo un sistema di sovvenzionamento per gli scrittori, quindi si tratta davvero di bilanciare la responsbailità sociale con quella individuale.


Philippa è autrice di due raccolte di poesie:  TALLER THAN BUILDINGS pubblicato grazie al Centre for the Books, una ong lavora attraverso la Biblioteca Nazionale con  lo scopo di promuovere la lettura in Sudafrica e THE EVERYDAY WIFE pubblicato nel 2010 da Modjadji Books. La raccolta di poesie è stata presentata al Harare International Festival of the Arts lo scorso aprile.
Philippa ha vinto il premio indetto dalla National Arts Festival’s Writing Beyond the Fringe per un lavoro letterario intitolato "The Day that Jesus Dropped the Ball… and other stories."
Ecco una poesia tratta da The everyday wife dedicata alla musicista di origini zimbabwiane Chiwoniso Maraire esponente della musica mbira.



 


for Chiwoniso Maraire

We Africans came to Berlin to sing
and recite poetry. We had an agenda:
remembering our anthems of loss,
galloping, consuming,
the pillage, the cries
like forest fires, like haunted children,
how can we, how can we even
begin to redress?
Enraged, we wanted revenge
and then, Chiwoniso, you stepped on the stage and
you opened your mouth and
every stolen river of platinum and gold
poured out of your mouth in song;
your voice etched us out of the night
and doubled the light in each of us.
You restored all the treasure-houses
from Benin to Zimbabwe, Mapungubwe to Cairo;
Africa moved its golden bones,
shook off its heavy chains
and danced again.
That night I thought
if only
love could purchase bread,
Africans would not be hungry.