Thursday, 30 December 2010

Il nuovo anno in un sorriso

Per il 2011 l'augurio di un anno pieno di sorrisi che uniscano sempre più persone nel lungo cammino verso la conoscenza, la condivisione, l'amore, l 'amicizia, la lealtà, il rispetto.










Il nuovo anno in un sorriso

Per il 2011 l'augurio di un anno pieno di sorrisi che uniscano sempre più persone nel lungo cammino verso la conoscenza, la condivisione, l'amore, l 'amicizia, la lealtà, il rispetto.










Friday, 17 December 2010

INTERVISTA ALLO SCRITTORE SUDAFRICANO MIKE NICOL

Table Mountain da Kloofnek
Sono trascorsi ben quindici anni da quando io e Mike Nicol sedevamo in un salotto affacciato su un magnifico giardino alnumero 1 di Kloofnek road, ai piedi della Table Mountain, a Cape Town, Sudafrica, ospiti di una simpatica amica, sister Magdalene, una suora tedesca. 
In questi anni ho cambiato tante case, città e continenti, mentre Mike Nicol, a parte una breve parentesi berlinese, continua a vivere a Cape Twon. Nonostante i traslochi, i viaggi, i cambiamenti ecco che a distanza di tempo, il nostro dialogo non si è mai interrotto. Credo che l'arte sia un luogo privilegiato che non ha radici in alcuno spazio o luogo preciso. Ci si ritrova semplicemente con una riga o oggi diremmo con un click.
Mi colpì come scrittore il suo bel Good Looking Corpse, un affascinante libro ambientato nel Sudafrica degli anni 50 ai tempi della mitica rivista Drum attorno alla quale si riunivano i maggiori artisti e intellettuali neri dell'epoca.  Mi colpì anche perché non riteneva che a rappresentare il Sudafrica letterario dovessero necessariamente essere scrittori come Nadine Gordimer o J.M. Coetzee, ma che c'erano altri scrittori che non ponevano la questione sudafricana solo come una questione tra bianchi e neri.
Mi colpì poi il fatto che conoscesse bene l'opera di Italo Calvino e che sapesse recitarne delle frasi in Italiano. 
Cosi chiacchierando via etere, grazie alle tecnologie sofisticate del web, ho raccolto qui la nostra conversazione avvenuta nei giorni della sua partecipazione al London Crime Book Festival, che quest'anno  ha visto ospite d'onore proprio il Sudafrica.



VALENTINA - Dovendo sintetizzare in poche parole il Sudafrica di oggi come lo descriveresti?
MIKE - Un paese vivace, fatale, appassionante, frustrante, intrigante, colorato, esasperante... un posto dove vivere.


VALENTINA - Athol Fugard diceva che “è un porivilegio per uno scrittore essere nato in Sudafrica. Cosa pensi che volesse dire con queste parole? E cosa significa per te essere scrittore nel Sudafrica del 2010?
Mike Nicol
MIKE - Credo che volesse dire che il Sudafrica è un paese con un ché di speciale. Ma non è cosi. Il Sudafrica non è miglior eo peggiore di altri paesi nel mondo.Siccome è il luogo dove vivo, ovviamente il pease infleunza la mia narrativa. Essere uno scrittore qui oggi è anche molto stimolante. La pesantezza che gravava ne passato recente, si ha la sensazione che si stia facendo qualcosa di nuovo.

VALENTINA – Com'è cambiata la tua scrittura in quindici anni di democrazia?
MIKE – Non molto. Durante l'apartheid la mia scrittura era critica nei confronti dell'ordine politico predominante. In questa democrazia è critica nei confronti del governo.


VALENTINA – Certa stampa ha messo in evidenza alcuni episodi avvenuti in Sudafrica che sono stati descritti come episodi di razzismo al contrario. Sono reali? Se sì, qual'è l'ideologia e il sentimento che li ispira?
MIKE – Personalmente non ho mai sperimentato forme di razzismo nei confronti del bianco e resto scettico riguardo a questo. I commenti dei leader della Lega Giovanile dell'ANC mi sembrano spesso infantili e inapporpriati, espressi da persone desiderose di pubblicità. Queste persone sono molto pericolose, non le capisco, le loro farneticazioni , come tutte le farneticazioni della destra, sono assurdi.




VALENTINA – Su Youtube sono inciampata in un video intitolato “Soweto Reverse”, dove si ipotizza a titolo di provocazione, un Sudafrica dove il ruolo che era dei bianchi durante l'apartheid è oggi dei neri e viceversa. Pensi che sarebbe mai pensabile un ritratto per il futuro del paese?
MIKE – Direi proprio di no.

VALENTINA – Come vedi il Sudafrica di Jacob Zuma? Di che tipo di leader ha bisogno il Sudafrica per continuare il cammino della democrazia riducendo la criminalità e garantendo diritti a tutti?
MIKE – Zuma è un presidente inefficace. Abbiamo bisogno di un leader capace di prendere decisioni, ma forse la democrazia soffoca una certa tipologia di leadership.

VALENTINA – Quindici anni fa parlavi di “willingness to kill”, esiste ancora?
MIKE – Certo. La violenza ha molteplici aspetti: furti nelle casi, furti d'auto, agguati sulle strade, abusi domestici, un'attitudine generalizzata di denigrazione verso le donne. Come nazione, non abbiamo mai dato valore alla vita umana e nonostante la nostra Carta dei Diritti, ancora non ne diamo.

VALENTINA – In Italia una delle questioni più urgenti è l'immigrazione. Cosa pensi del massiccio flusso di migranti che dall'Africa si riversano in Europa?
MIKE – E' un evento naturale e accadrà in forma sempre maggiore. Persone senza prospettive di vita si spingono inevitabilmente verso mete più attraenti.

VALENTINA – Chi sono gli immigrati oggi in Sudafrica?
MIKE – Molti dall'Africa centrale, Angola e Mozambico. Molti vivono alla giornata come guardia macchine, domestici, prostitute, facendo qualsiasi cosa per guadagnare soldi.

VALENTINA – Mi racconti la realtà degli slum sudafricani? Conosci progetti attivi mirati a riqualificarli al di là degli interventi internazionali?
MIKE – Gli slum faranno sempre parte delle nostre città. Consideriamo una popolazione di circa 45 milioni di persone che è sostenuta da un sistema di tasse (escluse le tasse dell'IVA) che solo 5 milioni possono pagare. Tenuto conto di questo divario tra I soldi generati e I soldi necessari per sostenere l'intera popolazione, sembra inevitabile che gli slum esistono ed esisteranno per molto tempo ancora. Sì, ci sono dei progetti ma sono alquanto inefficaci rispetto alla rapida crescita della popolazione. 
 
VALENTINA – Mike cosa è cambiato in sedici anni di democrazia?
MIKE – Molto è cambiato positivamente anche se questi cambiamenti hanno riguardato principalmente la classe media.Se sei povero è poco probabile che le tue condizioni migliorino, semmai deteriorano. Sul piano dell'istruzione non ci sono abbastanza laureati, l'analfabetismo è ancora alto. Il sistema sanitario è collassato e sta diventanto un sempre più pesante fardello sui contribuenti. Abbiamo le più alte statistiche di HIV. La mancanza di lavoro significa fa si che maggior parte della popolazione sopravvive su scarse opportunità.

VALENTINA – Come si arrivato alla crime fiction? In che modo il tuo paese influenza la tua scrittura?
MIKE – Mi sono ritrovato a scrivere crime fiction perché sentivo il bisogno di scrivere qualcosa di diverso. Volevo infatti scrivere un tipo di libro molto diverso da quelli che avevo scritto in precedenza. Qualcosa dove la trama era importante, dove I lettori potessero essere agganciati da una storia avvincente che potessero leggere ovunque. La crime fiction mi ha offerto questa possibilità. Inoltre mi ha offerto un modo efficace per commentare la società in cui vivo, tuttavia tengo a precisare che la mia scelta di scrivere questo nuovo genere non ha niente a che vedere con l'esplosione di violenza in Sudafrica. La mia attenzione resta comunque sui temi politici e sociali:la corruzione, le riforme del paese, il divario sociale.


INTERVISTA ALLO SCRITTORE SUDAFRICANO MIKE NICOL

Table Mountain da Kloofnek
Sono trascorsi ben quindici anni da quando io e Mike Nicol sedevamo in un salotto affacciato su un magnifico giardino alnumero 1 di Kloofnek road, ai piedi della Table Mountain, a Cape Town, Sudafrica, ospiti di una simpatica amica, sister Magdalene, una suora tedesca. 
In questi anni ho cambiato tante case, città e continenti, mentre Mike Nicol, a parte una breve parentesi berlinese, continua a vivere a Cape Twon. Nonostante i traslochi, i viaggi, i cambiamenti ecco che a distanza di tempo, il nostro dialogo non si è mai interrotto. Credo che l'arte sia un luogo privilegiato che non ha radici in alcuno spazio o luogo preciso. Ci si ritrova semplicemente con una riga o oggi diremmo con un click.
Mi colpì come scrittore il suo bel Good Looking Corpse, un affascinante libro ambientato nel Sudafrica degli anni 50 ai tempi della mitica rivista Drum attorno alla quale si riunivano i maggiori artisti e intellettuali neri dell'epoca.  Mi colpì anche perché non riteneva che a rappresentare il Sudafrica letterario dovessero necessariamente essere scrittori come Nadine Gordimer o J.M. Coetzee, ma che c'erano altri scrittori che non ponevano la questione sudafricana solo come una questione tra bianchi e neri.
Mi colpì poi il fatto che conoscesse bene l'opera di Italo Calvino e che sapesse recitarne delle frasi in Italiano. 
Cosi chiacchierando via etere, grazie alle tecnologie sofisticate del web, ho raccolto qui la nostra conversazione avvenuta nei giorni della sua partecipazione al London Crime Book Festival, che quest'anno  ha visto ospite d'onore proprio il Sudafrica.



VALENTINA - Dovendo sintetizzare in poche parole il Sudafrica di oggi come lo descriveresti?
MIKE - Un paese vivace, fatale, appassionante, frustrante, intrigante, colorato, esasperante... un posto dove vivere.


VALENTINA - Athol Fugard diceva che “è un porivilegio per uno scrittore essere nato in Sudafrica. Cosa pensi che volesse dire con queste parole? E cosa significa per te essere scrittore nel Sudafrica del 2010?
Mike Nicol
MIKE - Credo che volesse dire che il Sudafrica è un paese con un ché di speciale. Ma non è cosi. Il Sudafrica non è miglior eo peggiore di altri paesi nel mondo.Siccome è il luogo dove vivo, ovviamente il pease infleunza la mia narrativa. Essere uno scrittore qui oggi è anche molto stimolante. La pesantezza che gravava ne passato recente, si ha la sensazione che si stia facendo qualcosa di nuovo.

VALENTINA – Com'è cambiata la tua scrittura in quindici anni di democrazia?
MIKE – Non molto. Durante l'apartheid la mia scrittura era critica nei confronti dell'ordine politico predominante. In questa democrazia è critica nei confronti del governo.


VALENTINA – Certa stampa ha messo in evidenza alcuni episodi avvenuti in Sudafrica che sono stati descritti come episodi di razzismo al contrario. Sono reali? Se sì, qual'è l'ideologia e il sentimento che li ispira?
MIKE – Personalmente non ho mai sperimentato forme di razzismo nei confronti del bianco e resto scettico riguardo a questo. I commenti dei leader della Lega Giovanile dell'ANC mi sembrano spesso infantili e inapporpriati, espressi da persone desiderose di pubblicità. Queste persone sono molto pericolose, non le capisco, le loro farneticazioni , come tutte le farneticazioni della destra, sono assurdi.




VALENTINA – Su Youtube sono inciampata in un video intitolato “Soweto Reverse”, dove si ipotizza a titolo di provocazione, un Sudafrica dove il ruolo che era dei bianchi durante l'apartheid è oggi dei neri e viceversa. Pensi che sarebbe mai pensabile un ritratto per il futuro del paese?
MIKE – Direi proprio di no.

VALENTINA – Come vedi il Sudafrica di Jacob Zuma? Di che tipo di leader ha bisogno il Sudafrica per continuare il cammino della democrazia riducendo la criminalità e garantendo diritti a tutti?
MIKE – Zuma è un presidente inefficace. Abbiamo bisogno di un leader capace di prendere decisioni, ma forse la democrazia soffoca una certa tipologia di leadership.

VALENTINA – Quindici anni fa parlavi di “willingness to kill”, esiste ancora?
MIKE – Certo. La violenza ha molteplici aspetti: furti nelle casi, furti d'auto, agguati sulle strade, abusi domestici, un'attitudine generalizzata di denigrazione verso le donne. Come nazione, non abbiamo mai dato valore alla vita umana e nonostante la nostra Carta dei Diritti, ancora non ne diamo.

VALENTINA – In Italia una delle questioni più urgenti è l'immigrazione. Cosa pensi del massiccio flusso di migranti che dall'Africa si riversano in Europa?
MIKE – E' un evento naturale e accadrà in forma sempre maggiore. Persone senza prospettive di vita si spingono inevitabilmente verso mete più attraenti.

VALENTINA – Chi sono gli immigrati oggi in Sudafrica?
MIKE – Molti dall'Africa centrale, Angola e Mozambico. Molti vivono alla giornata come guardia macchine, domestici, prostitute, facendo qualsiasi cosa per guadagnare soldi.

VALENTINA – Mi racconti la realtà degli slum sudafricani? Conosci progetti attivi mirati a riqualificarli al di là degli interventi internazionali?
MIKE – Gli slum faranno sempre parte delle nostre città. Consideriamo una popolazione di circa 45 milioni di persone che è sostenuta da un sistema di tasse (escluse le tasse dell'IVA) che solo 5 milioni possono pagare. Tenuto conto di questo divario tra I soldi generati e I soldi necessari per sostenere l'intera popolazione, sembra inevitabile che gli slum esistono ed esisteranno per molto tempo ancora. Sì, ci sono dei progetti ma sono alquanto inefficaci rispetto alla rapida crescita della popolazione. 
 
VALENTINA – Mike cosa è cambiato in sedici anni di democrazia?
MIKE – Molto è cambiato positivamente anche se questi cambiamenti hanno riguardato principalmente la classe media.Se sei povero è poco probabile che le tue condizioni migliorino, semmai deteriorano. Sul piano dell'istruzione non ci sono abbastanza laureati, l'analfabetismo è ancora alto. Il sistema sanitario è collassato e sta diventanto un sempre più pesante fardello sui contribuenti. Abbiamo le più alte statistiche di HIV. La mancanza di lavoro significa fa si che maggior parte della popolazione sopravvive su scarse opportunità.

VALENTINA – Come si arrivato alla crime fiction? In che modo il tuo paese influenza la tua scrittura?
MIKE – Mi sono ritrovato a scrivere crime fiction perché sentivo il bisogno di scrivere qualcosa di diverso. Volevo infatti scrivere un tipo di libro molto diverso da quelli che avevo scritto in precedenza. Qualcosa dove la trama era importante, dove I lettori potessero essere agganciati da una storia avvincente che potessero leggere ovunque. La crime fiction mi ha offerto questa possibilità. Inoltre mi ha offerto un modo efficace per commentare la società in cui vivo, tuttavia tengo a precisare che la mia scelta di scrivere questo nuovo genere non ha niente a che vedere con l'esplosione di violenza in Sudafrica. La mia attenzione resta comunque sui temi politici e sociali:la corruzione, le riforme del paese, il divario sociale.


Thursday, 16 December 2010

ROOTS ROCK REGGAE

Play I some music: (dis a) reggae music!
Play I some music: (dis a) reggae music!
Roots, rock, reggae: dis a reggae music!
Roots, rock, reggae: dis a reggae music!


Hey, Mister Music, sure sounds good to me!
I can't refuse it: what to be got to be.
Feel like dancing, dance 'cause we are free;
Feel like dancing, come dance with me!


Bob Marley cantava cosi nel 1976. Un invito a stare insieme, a condividere la passione per la musica, il ballo, la libertà. La muscia reggae ha una funzione anche sociale in Kenya. Racconta di sogni, di speranze, di giustizia, di uguaglianza, di lotta contro l'oppressione e in queste tematiche  soprattutto i giovani vogliono riconoscersi.




In Kenya il reggae è uno status symbol, un modo di essere, di parlare, di camminare, di vestire... i simboli estetici di questo genere musicale che non o solo tale, sono numerosi e hanno tutti un comune denominatore i colori della Jamaica, giallo nero e verde, ( il giallo del sole della Jamaica, il nero della gente e il verde della veegtazione dell'isola caraibica.),  il volto di Haile Selassie o le foglie di indica, o meglio di marijuana. Inscindibile il rapporto tra musica reggae e la marijuana. "La musica reggae nasce in Jamaica - spiega Peter - era a musica dei poveri, della strada, una musica di denuncia contro le ingiustizie di una società iniqua e la marijuana era la sifaretta dei poveri, con pochi centesimi tutti potevano fumarla. Ancora oggi in Kenya con venti scellini si può fumare ganja restando cosi la sigaretta dei poveri."  Al di là dell'aspetto economico, la marijuana è considerata per i suoi effetti benefici una sorta di chiave d'accesso alla meditazione e da molti ritenuta d'accesso alla meditazione e da molti ritenuta un'erba sacra per quella sua proprietà di favorire il flusso di pensieri e idee.

Gl slogan sono altrettanto efficaci: Zion, More fire, Rastafarai, One love, Jah bles, "Colour for Coulour, skin for skin".
I rappresentanti del reggae che spopolano in Kenya e che compongono la colonna sonora di Nairobi come di Mombasa, di Nakuru come di Kisumu vanno dai classici Bob Marley, Bunny Wailer, Denis Brown, Gregory Isaacs, Jacob Mille fino a Fantan Mojah, Richie Spice, Sizzla, Anthony B, Damian Marley, Morgan Heritage, Sizzla, Tanya Stephens, Capleton, Buju Bantu, Mighty Culture, Cully Buds, Jah Mason, Warrior King, Morgan Heritage.
Dai loro potenti amplificatori, i matatu svettano sulle strade rumorose e trafficate di Nairobi promuovono reggae music non stop. Alcune vetture hanno anche il video quindi durante il tragitto le immagini della Jamaica scorrono sulle note dei successi più recenti ed ecco che le strade di Kingston (Jamaica) diventano quelle di Nairobi senza grandi differenze, con le loro problematiche e la loro drammatica poesia


Damian Marley è l'ultimo figlio di Bob Marley. Nei suoi testi ribadisce il potere della parola. Damian dice che la “penna è più forte del coltello”, ma questo lo disse prima Franz Kafka. Si intende che molti giovani cresciuti per le strade di Kingston Town o di Nairobi o di Johannesburg riescono a recepire il messaggio da Damian Marley piuttosto che da Kafka che presumibilmente è molto lontano dalla loro realtà.

Marley Jr, parla di un mondo di gelosie, di calamità, di abusi di potere, di attori fantocci che inventano realtà ambigue, di poliziotti che abusano del loro potere e fanno giustizia da sé per convenienza e tornaconto.



In this world of calamity /Dirty looks and grudges and jealousy/And police weh abuse dem authority/Media clowns weh nuh know 'bout variety/Boom! /Clean and pure meditation without a doubt/Don't mek dem take you like who dem took out./Jah will be waiting there we a shout / Jah will be waiting there! /In this world of calamity./Dirty looks and grudges and jealousy /And police weh abuse dem authority /Media clowns weh nuh know bout variety /Single parents weh need some charity/Youths weh need some love and prosperity/ Instead of broken dreams and tragedy/By any plan and any means and strategy.

(Damian Marley – The Road to Zion)




Contro la guerra, le parole della canzone di Bob Marley War, sono in realtà le parole di Hailé Selassie Ras Tafari, in esse è racchiusa la sua grandezza e giustezza, mi spiega Peter.

That until there no longer /First class and second class citizens of any nation/Until the colour of a mans skin/Is of no more significance than the colour of his eyes /Me say war. /That until the basic human rights/Are equally guaranteed to all,/Without regard to race -/Dis a war.

(Bob Marley – War)






Richies Spice è un artista che punta l'attenzione sulla vita di strada, stando dalla parte dei ragazzi e dei bambini, ponendo l'accento sui loro diritti:


I hear dey cryin out mama /i hear dem cryin out love /dey need a rightful place dada /dey need to shelter from da storm/children are cryin out for love/cryin out love/children cryin out for love cryin out love/i c some round da streets dada/street side becomes dere daily school/they need some proper education/they need to learn da golden rule/gift for every kids/love for every kids/bread for every kids/dats when da world wud be change/take it from root/teach da youths da truth/teach da youth da roots yeah .


(Richie Spice .- Children Crying out for love)






Ancora Damian Marley, riflette la vita quotidiana di Kingston dove i ragazzi per sopravvivere sono costretti a vivere una vita ai limiti della legalità, ed ecco che e strade di Kingston diventano quelle di Nairobi.

Welcome to Jamdown, poor people a dead at random/Political violence, can't done! Pure ghost and phantom, the youth/Dem get blind by stardom/Now the Kings Of Kings a call/Old man to Pickney, so wave unno hand if you with me/To see the sufferation sicken me/Them suit no fit me, to win election them trick we/Den them don't do nuttin at all...




Insegna l'amore verso il prossimo, la condivisione, la lotta per mantenere la pace, il messaggio ecologista è molto forte, penso a Peter Tosh e alla sua canone “No nuclear war”:
No Nuclear War



We don't want no nuclear war
With nuclear war we won't get far
I said that We don't want no nuclear war
With nuclear war we won't get far
Said no, just another holocaust
It's just another holocaust
And we can't take no more.








La musica reggae pone delle domande, domande importanti sul ruolo che ciascuno può avere per cambiare le cose. Fantan Mojah dice in una sua canzone:  If you had the power to change just one thing what would it be? Well change the system me see my self as a bless of art of and a mission because i come see it one way (why me Jah Jah) .

Non è difficile riconoscere in Marcus Garvey il padre spirituale della Jamaica e il referente di tutti  i rastafara-I: "Voglio muovere il cuore di ogni uomo nero perchè tutti gli uomini neri sparsi nel mondo si rendano conto che il tempo è arrivato, ora, adesso, oggi, per liberare l'Africa e gli africani.”

Valentina Acava Mmaka e Peter Kuria Asamba

ROOTS ROCK REGGAE

Play I some music: (dis a) reggae music!
Play I some music: (dis a) reggae music!
Roots, rock, reggae: dis a reggae music!
Roots, rock, reggae: dis a reggae music!


Hey, Mister Music, sure sounds good to me!
I can't refuse it: what to be got to be.
Feel like dancing, dance 'cause we are free;
Feel like dancing, come dance with me!


Bob Marley cantava cosi nel 1976. Un invito a stare insieme, a condividere la passione per la musica, il ballo, la libertà. La muscia reggae ha una funzione anche sociale in Kenya. Racconta di sogni, di speranze, di giustizia, di uguaglianza, di lotta contro l'oppressione e in queste tematiche  soprattutto i giovani vogliono riconoscersi.




In Kenya il reggae è uno status symbol, un modo di essere, di parlare, di camminare, di vestire... i simboli estetici di questo genere musicale che non o solo tale, sono numerosi e hanno tutti un comune denominatore i colori della Jamaica, giallo nero e verde, ( il giallo del sole della Jamaica, il nero della gente e il verde della veegtazione dell'isola caraibica.),  il volto di Haile Selassie o le foglie di indica, o meglio di marijuana. Inscindibile il rapporto tra musica reggae e la marijuana. "La musica reggae nasce in Jamaica - spiega Peter - era a musica dei poveri, della strada, una musica di denuncia contro le ingiustizie di una società iniqua e la marijuana era la sifaretta dei poveri, con pochi centesimi tutti potevano fumarla. Ancora oggi in Kenya con venti scellini si può fumare ganja restando cosi la sigaretta dei poveri."  Al di là dell'aspetto economico, la marijuana è considerata per i suoi effetti benefici una sorta di chiave d'accesso alla meditazione e da molti ritenuta d'accesso alla meditazione e da molti ritenuta un'erba sacra per quella sua proprietà di favorire il flusso di pensieri e idee.

Gl slogan sono altrettanto efficaci: Zion, More fire, Rastafarai, One love, Jah bles, "Colour for Coulour, skin for skin".
I rappresentanti del reggae che spopolano in Kenya e che compongono la colonna sonora di Nairobi come di Mombasa, di Nakuru come di Kisumu vanno dai classici Bob Marley, Bunny Wailer, Denis Brown, Gregory Isaacs, Jacob Mille fino a Fantan Mojah, Richie Spice, Sizzla, Anthony B, Damian Marley, Morgan Heritage, Sizzla, Tanya Stephens, Capleton, Buju Bantu, Mighty Culture, Cully Buds, Jah Mason, Warrior King, Morgan Heritage.
Dai loro potenti amplificatori, i matatu svettano sulle strade rumorose e trafficate di Nairobi promuovono reggae music non stop. Alcune vetture hanno anche il video quindi durante il tragitto le immagini della Jamaica scorrono sulle note dei successi più recenti ed ecco che le strade di Kingston (Jamaica) diventano quelle di Nairobi senza grandi differenze, con le loro problematiche e la loro drammatica poesia


Damian Marley è l'ultimo figlio di Bob Marley. Nei suoi testi ribadisce il potere della parola. Damian dice che la “penna è più forte del coltello”, ma questo lo disse prima Franz Kafka. Si intende che molti giovani cresciuti per le strade di Kingston Town o di Nairobi o di Johannesburg riescono a recepire il messaggio da Damian Marley piuttosto che da Kafka che presumibilmente è molto lontano dalla loro realtà.

Marley Jr, parla di un mondo di gelosie, di calamità, di abusi di potere, di attori fantocci che inventano realtà ambigue, di poliziotti che abusano del loro potere e fanno giustizia da sé per convenienza e tornaconto.



In this world of calamity /Dirty looks and grudges and jealousy/And police weh abuse dem authority/Media clowns weh nuh know 'bout variety/Boom! /Clean and pure meditation without a doubt/Don't mek dem take you like who dem took out./Jah will be waiting there we a shout / Jah will be waiting there! /In this world of calamity./Dirty looks and grudges and jealousy /And police weh abuse dem authority /Media clowns weh nuh know bout variety /Single parents weh need some charity/Youths weh need some love and prosperity/ Instead of broken dreams and tragedy/By any plan and any means and strategy.

(Damian Marley – The Road to Zion)




Contro la guerra, le parole della canzone di Bob Marley War, sono in realtà le parole di Hailé Selassie Ras Tafari, in esse è racchiusa la sua grandezza e giustezza, mi spiega Peter.

That until there no longer /First class and second class citizens of any nation/Until the colour of a mans skin/Is of no more significance than the colour of his eyes /Me say war. /That until the basic human rights/Are equally guaranteed to all,/Without regard to race -/Dis a war.

(Bob Marley – War)






Richies Spice è un artista che punta l'attenzione sulla vita di strada, stando dalla parte dei ragazzi e dei bambini, ponendo l'accento sui loro diritti:


I hear dey cryin out mama /i hear dem cryin out love /dey need a rightful place dada /dey need to shelter from da storm/children are cryin out for love/cryin out love/children cryin out for love cryin out love/i c some round da streets dada/street side becomes dere daily school/they need some proper education/they need to learn da golden rule/gift for every kids/love for every kids/bread for every kids/dats when da world wud be change/take it from root/teach da youths da truth/teach da youth da roots yeah .


(Richie Spice .- Children Crying out for love)






Ancora Damian Marley, riflette la vita quotidiana di Kingston dove i ragazzi per sopravvivere sono costretti a vivere una vita ai limiti della legalità, ed ecco che e strade di Kingston diventano quelle di Nairobi.

Welcome to Jamdown, poor people a dead at random/Political violence, can't done! Pure ghost and phantom, the youth/Dem get blind by stardom/Now the Kings Of Kings a call/Old man to Pickney, so wave unno hand if you with me/To see the sufferation sicken me/Them suit no fit me, to win election them trick we/Den them don't do nuttin at all...




Insegna l'amore verso il prossimo, la condivisione, la lotta per mantenere la pace, il messaggio ecologista è molto forte, penso a Peter Tosh e alla sua canone “No nuclear war”:
No Nuclear War



We don't want no nuclear war
With nuclear war we won't get far
I said that We don't want no nuclear war
With nuclear war we won't get far
Said no, just another holocaust
It's just another holocaust
And we can't take no more.








La musica reggae pone delle domande, domande importanti sul ruolo che ciascuno può avere per cambiare le cose. Fantan Mojah dice in una sua canzone:  If you had the power to change just one thing what would it be? Well change the system me see my self as a bless of art of and a mission because i come see it one way (why me Jah Jah) .

Non è difficile riconoscere in Marcus Garvey il padre spirituale della Jamaica e il referente di tutti  i rastafara-I: "Voglio muovere il cuore di ogni uomo nero perchè tutti gli uomini neri sparsi nel mondo si rendano conto che il tempo è arrivato, ora, adesso, oggi, per liberare l'Africa e gli africani.”

Valentina Acava Mmaka e Peter Kuria Asamba

Wednesday, 15 December 2010

ON THE ROAD...


 

 

 

 

 

 

On the road si fanno incontri interessanti, incontri casuali appassionanti,  ci si accosta intimamente a persone e paesaggi,  incontri che possono cambiarti la vita ma anche solo la percezione di un'idea, di un fatto.
Per distruggere una casa occorre un giorno, per ricostruirla possono volerci mesi, forse anni. Quando la saggia Maasai Ntoke mi parla con ardita consapevolezza, del dramma del suo popolo, in un incontro casuale a Namanga, al confine tra Tanzania e Kenya, non posso fare a meno di ripercorrere con la memoria tutte le sofferenze che i popoli indigeni nel mondo hanno patito per i sogni di conquista degli uomini o per gli indiscriminati interessi economici e politici dei governi.
Riaffermando che tutti i popoli contribuiscono alla diversità e ricchezza delle civiltà e delle culture, che costituiscono parte integrante del comune patrimonio dell'umanità. E' questo uno dei capisaldi della premessa alla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli indigeni siglata da ben 143 paesi il 13 settembre 2007. In essa sono evidenziati i principi fondamentali che regolano la loro tutela e sopravvivenza. L’identità è il patrimonio culturale di ciascun individuo  e rafforza il suo significato quando si tratta di un intero popolo che attraverso di essa si esprime, vive e dà un senso alla propria esistenza.
Ntoke non conosce questo documento, lo ignora tenuto conto che il Kenya è uno degli undici paesi che si sono astenuti dal siglarlo. E se anche lo conoscesse saprebbe che tutto quello che esso contiene non avrebbe alcuna influenza affinché i popoli indigeni della Terra vengano risparmiati dagli  enormi giochi di potere internazionali.

Già nel 2002  il governo di Daniel Arap Moi, aveva stipulato un contratto con la multinazionale canadese Tiomin per lo sfruttamento di Dongo Kundu, la terra dei Digo, nel Kenya meridionale, ricca di titanio.

Il programma di sfruttamento di Dongo Kundu che nella lingua Digo vuol dire “terra rossa”, prevedeva che i Digo lasciassero le loro terre, loro unica fonte di sopravvivenza, e si spostassero in altri territori; che si costruisse un porto per l'attracco di navi e lo sbarco di sofisticati macchinari per l'estrazione del titanio; che per la realizzazione di quest'ultimo una fetta di barriera corallina venisse tagliata per facilitare l'accesso dal mare di mezzi di trasporto e che per venticinque anni la multinazionale avesse carta bianca per estrarre il prezioso minerale, tempo al termine del quale la terra sarebbe invivibile e sterile per l'effetto di tutte le sostanze chimiche utilizzate.  Un’ equazione che significa distruzione e perdita.
Detto ciò è innegabile che all'annientamento e all'indebolimento dei popoli indigeni corrisponde sempre la destabilizzazione degli equilibri ambientali. Le sue risorse naturali, ispirando i sogni di conquista e potere dei governi, l'impatto che l'industria ha sortito per lo sfruttamento di esse,  hanno causato enormi danni ambientali con effetti drammatici su tutto il pianeta. Solo in Kenya, per citare un paio di esempi, ci troviamo di fronte a vere e propri attacchi alla biodiversità dei laghi Nakuru e Naivasha, inquinate da pesticidi e ogni tipo di sostanza chimica utilizzata nelle coltivazioni di prodotti destinati ai mercati europei.
I popoli indigeni vivono da millenni  in simbiosi con l’ambiente naturale. E' il loro stile di vita, la loro ancestrale conoscenza che sanno bilanciare gli equilibri ambientali, seguendo una naturale legge di compensazione che ha come primo intento quello di salvaguardare e tramandare l'importanza dell'autoconservazione.
Nella storia recente dell'umanità e della lotta per la conquista, sono innumerevoli gli atti di privazione dei diritti fondamentali a danno di popoli indigeni basti pensare agli indiani d'America, agli Ojiek in Kenya, agli aborigeni d'Australia, i Grandi  Andamanesi in India, gli Shuar in Ecuador.
Proviamo ad immaginare se un giorno venissimo minacciati di perdere la nostra lingua, di non vestire più i nostri abiti, di mangiare cibi a noi sconosciuti, di non poter più abitare le nostre terre, i luoghi ai quali siamo legati, di non poter cantare le nostre canzoni. Immaginiamo se un giorno venissero a dirci che dobbiamo forzatamente migrare contro la nostra volontà. Tutte domande lecite e che saltano alla nostra mente obiettivamente ma che hanno un unico dato certo, se non sarà qualcuno, un governo, una istituzione, oggi o domani a chiederci di andare via, sarà l'incombenza di una catastrofe naturale a forzare milioni di uomini a veri e propri esodi biblici.
Conversando con il  Direttore dell'East African Wild Life Society, Ali A. Kaka, pone l'accento su una domanda che dovremmo fare nostra: Quando l'uomo scoprirà la precarietà della sua esistenza sulla Terra? Questa domanda è solitamente messa da parte e ignorata come se non lo riguardasse con il rischio di accorgersene solo quando i disastri naturali sopraggiungeranno senza possibilità di soluzione. 
La preoccupazione di Ntoke per le sorti del suo popolo e di riflesso  di altri popoli,  aggiungiamo noi,  sono allarmanti: se distruggiamo il nostro stile di vita, per costruirne uno nuovo possono volerci migliaia di anni. Cosa faremo quando non avremo più terre  per i nostri pascoli? Come faremo a vivere' e che fine faranno i nostri desturi, le nostre tradizioni”?
E' un dovere assumersi l'impegno di preservare le culture tradizionali indigene: esse costituiscono un tassello del grande mosaico della storia umana e la perdita di uno solo di questi tasselli significa la perdita di un pezzo della nostra esistenza.


ON THE ROAD...


 

 

 

 

 

 

On the road si fanno incontri interessanti, incontri casuali appassionanti,  ci si accosta intimamente a persone e paesaggi,  incontri che possono cambiarti la vita ma anche solo la percezione di un'idea, di un fatto.
Per distruggere una casa occorre un giorno, per ricostruirla possono volerci mesi, forse anni. Quando la saggia Maasai Ntoke mi parla con ardita consapevolezza, del dramma del suo popolo, in un incontro casuale a Namanga, al confine tra Tanzania e Kenya, non posso fare a meno di ripercorrere con la memoria tutte le sofferenze che i popoli indigeni nel mondo hanno patito per i sogni di conquista degli uomini o per gli indiscriminati interessi economici e politici dei governi.
Riaffermando che tutti i popoli contribuiscono alla diversità e ricchezza delle civiltà e delle culture, che costituiscono parte integrante del comune patrimonio dell'umanità. E' questo uno dei capisaldi della premessa alla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli indigeni siglata da ben 143 paesi il 13 settembre 2007. In essa sono evidenziati i principi fondamentali che regolano la loro tutela e sopravvivenza. L’identità è il patrimonio culturale di ciascun individuo  e rafforza il suo significato quando si tratta di un intero popolo che attraverso di essa si esprime, vive e dà un senso alla propria esistenza.
Ntoke non conosce questo documento, lo ignora tenuto conto che il Kenya è uno degli undici paesi che si sono astenuti dal siglarlo. E se anche lo conoscesse saprebbe che tutto quello che esso contiene non avrebbe alcuna influenza affinché i popoli indigeni della Terra vengano risparmiati dagli  enormi giochi di potere internazionali.

Già nel 2002  il governo di Daniel Arap Moi, aveva stipulato un contratto con la multinazionale canadese Tiomin per lo sfruttamento di Dongo Kundu, la terra dei Digo, nel Kenya meridionale, ricca di titanio.

Il programma di sfruttamento di Dongo Kundu che nella lingua Digo vuol dire “terra rossa”, prevedeva che i Digo lasciassero le loro terre, loro unica fonte di sopravvivenza, e si spostassero in altri territori; che si costruisse un porto per l'attracco di navi e lo sbarco di sofisticati macchinari per l'estrazione del titanio; che per la realizzazione di quest'ultimo una fetta di barriera corallina venisse tagliata per facilitare l'accesso dal mare di mezzi di trasporto e che per venticinque anni la multinazionale avesse carta bianca per estrarre il prezioso minerale, tempo al termine del quale la terra sarebbe invivibile e sterile per l'effetto di tutte le sostanze chimiche utilizzate.  Un’ equazione che significa distruzione e perdita.
Detto ciò è innegabile che all'annientamento e all'indebolimento dei popoli indigeni corrisponde sempre la destabilizzazione degli equilibri ambientali. Le sue risorse naturali, ispirando i sogni di conquista e potere dei governi, l'impatto che l'industria ha sortito per lo sfruttamento di esse,  hanno causato enormi danni ambientali con effetti drammatici su tutto il pianeta. Solo in Kenya, per citare un paio di esempi, ci troviamo di fronte a vere e propri attacchi alla biodiversità dei laghi Nakuru e Naivasha, inquinate da pesticidi e ogni tipo di sostanza chimica utilizzata nelle coltivazioni di prodotti destinati ai mercati europei.
I popoli indigeni vivono da millenni  in simbiosi con l’ambiente naturale. E' il loro stile di vita, la loro ancestrale conoscenza che sanno bilanciare gli equilibri ambientali, seguendo una naturale legge di compensazione che ha come primo intento quello di salvaguardare e tramandare l'importanza dell'autoconservazione.
Nella storia recente dell'umanità e della lotta per la conquista, sono innumerevoli gli atti di privazione dei diritti fondamentali a danno di popoli indigeni basti pensare agli indiani d'America, agli Ojiek in Kenya, agli aborigeni d'Australia, i Grandi  Andamanesi in India, gli Shuar in Ecuador.
Proviamo ad immaginare se un giorno venissimo minacciati di perdere la nostra lingua, di non vestire più i nostri abiti, di mangiare cibi a noi sconosciuti, di non poter più abitare le nostre terre, i luoghi ai quali siamo legati, di non poter cantare le nostre canzoni. Immaginiamo se un giorno venissero a dirci che dobbiamo forzatamente migrare contro la nostra volontà. Tutte domande lecite e che saltano alla nostra mente obiettivamente ma che hanno un unico dato certo, se non sarà qualcuno, un governo, una istituzione, oggi o domani a chiederci di andare via, sarà l'incombenza di una catastrofe naturale a forzare milioni di uomini a veri e propri esodi biblici.
Conversando con il  Direttore dell'East African Wild Life Society, Ali A. Kaka, pone l'accento su una domanda che dovremmo fare nostra: Quando l'uomo scoprirà la precarietà della sua esistenza sulla Terra? Questa domanda è solitamente messa da parte e ignorata come se non lo riguardasse con il rischio di accorgersene solo quando i disastri naturali sopraggiungeranno senza possibilità di soluzione. 
La preoccupazione di Ntoke per le sorti del suo popolo e di riflesso  di altri popoli,  aggiungiamo noi,  sono allarmanti: se distruggiamo il nostro stile di vita, per costruirne uno nuovo possono volerci migliaia di anni. Cosa faremo quando non avremo più terre  per i nostri pascoli? Come faremo a vivere' e che fine faranno i nostri desturi, le nostre tradizioni”?
E' un dovere assumersi l'impegno di preservare le culture tradizionali indigene: esse costituiscono un tassello del grande mosaico della storia umana e la perdita di uno solo di questi tasselli significa la perdita di un pezzo della nostra esistenza.


Tuesday, 7 December 2010


Dal 28 gennaio 2011
La casa editrice Epoché presenta il

Laboratorio di scrittura interculturale
Volere Dire Scrivere

Di Valentina Acava Mmaka, autrice di “Cercando Lindiwe” e “Il viaggio capovolto”



Valentina Acava Mmaka, scrittrice e giornalista italo-sudafricana, porta a Milano “Volere Dire Scrivere”, un laboratorio interculturale nel quale si esploreranno le premesse per la stesura del racconto, partendo dai processi identitari e dal confronto con l'alterità facendo cosi diventare la scrittura un ponte tra culture. Il laboratorio vuole essere uno strumento per favorire lo scambio e l’apertura verso l’altro, ma anche un luogo di ricerca e di sperimentazione della cittadinanza attiva attraverso la scrittura. Poiché le parole sono abiti che vanno tessuti, disegnati e misurati a seconda di chi deve indossarli, ecco che l'immaginazione nutrita dall'esperienza incontra sul suo cammino personaggi che chiedono una voce, un abito, un lettore che li ascolti.
La scrittura è nascita, è il luogo dove tracciare l'immagine di se stessi, è strumento di consapevolezza: l'invito è quello a riflettere sulla propria identità e sulla importanza di affermarla nella società multiculturale in cui viviamo.  Gli incontri, rivolti a cittadini italiani e migranti e rifugiati, saranno basati principalmente su esercizi pratici, letture e confronto tra i partecipanti.

DETTAGLI
Il corso si svolgerà nella sede della casa editrice Epoché in via Ressi 11 a Milano, il venerdì pomeriggio (14.30 – 18.30) il sabato mattina (9.30 – 12.30) a partire dal 28 gennaio fino al 19 febbraio 2011.

Il costo per persona è di 300 €

Valentina Acava Mmaka, scrittrice giornalista, ha vissuto gran parte della sua vita in Africa. Tra le sue opere pubblicate in Italia si ricordano: Io... donna.... immigrata.... volere dire scrivere (EMI 2004); L'ottava nota (Prospettiva 2002); I libri per ragazzi Il mondo a colori della famiglia BwanaVal (Kabiliana 2002); Jabauni il mistero della città sommersa (EMI 2003), Amani i nomi della pace (EMI 2004) e i romanzi Cercando Lindiwe (Epoché 2007) e Il Viaggio Capovolto (Epoché 2010). Coordina laboratori di scrittura creativa per adulti e bambini e laboratori interculturali nell'ambito dell'Associazione Soggetto Nomade collaborando con scuole, associazioni e ong. E' collaboratrice di Stilos. www.valentinammaka.net


LE ISCRIZIONI SI CHIUDONO IL 14 GENNAIO 2011

PER ISCRIZIONI E INFORMAZIONIEpoché 339 3847775
http://www.epoche-edizioni.it/
info@epoche-edizioni.it


Dal 28 gennaio 2011
La casa editrice Epoché presenta il

Laboratorio di scrittura interculturale
Volere Dire Scrivere

Di Valentina Acava Mmaka, autrice di “Cercando Lindiwe” e “Il viaggio capovolto”



Valentina Acava Mmaka, scrittrice e giornalista italo-sudafricana, porta a Milano “Volere Dire Scrivere”, un laboratorio interculturale nel quale si esploreranno le premesse per la stesura del racconto, partendo dai processi identitari e dal confronto con l'alterità facendo cosi diventare la scrittura un ponte tra culture. Il laboratorio vuole essere uno strumento per favorire lo scambio e l’apertura verso l’altro, ma anche un luogo di ricerca e di sperimentazione della cittadinanza attiva attraverso la scrittura. Poiché le parole sono abiti che vanno tessuti, disegnati e misurati a seconda di chi deve indossarli, ecco che l'immaginazione nutrita dall'esperienza incontra sul suo cammino personaggi che chiedono una voce, un abito, un lettore che li ascolti.
La scrittura è nascita, è il luogo dove tracciare l'immagine di se stessi, è strumento di consapevolezza: l'invito è quello a riflettere sulla propria identità e sulla importanza di affermarla nella società multiculturale in cui viviamo.  Gli incontri, rivolti a cittadini italiani e migranti e rifugiati, saranno basati principalmente su esercizi pratici, letture e confronto tra i partecipanti.

DETTAGLI
Il corso si svolgerà nella sede della casa editrice Epoché in via Ressi 11 a Milano, il venerdì pomeriggio (14.30 – 18.30) il sabato mattina (9.30 – 12.30) a partire dal 28 gennaio fino al 19 febbraio 2011.

Il costo per persona è di 300 €

Valentina Acava Mmaka, scrittrice giornalista, ha vissuto gran parte della sua vita in Africa. Tra le sue opere pubblicate in Italia si ricordano: Io... donna.... immigrata.... volere dire scrivere (EMI 2004); L'ottava nota (Prospettiva 2002); I libri per ragazzi Il mondo a colori della famiglia BwanaVal (Kabiliana 2002); Jabauni il mistero della città sommersa (EMI 2003), Amani i nomi della pace (EMI 2004) e i romanzi Cercando Lindiwe (Epoché 2007) e Il Viaggio Capovolto (Epoché 2010). Coordina laboratori di scrittura creativa per adulti e bambini e laboratori interculturali nell'ambito dell'Associazione Soggetto Nomade collaborando con scuole, associazioni e ong. E' collaboratrice di Stilos. www.valentinammaka.net


LE ISCRIZIONI SI CHIUDONO IL 14 GENNAIO 2011

PER ISCRIZIONI E INFORMAZIONIEpoché 339 3847775
http://www.epoche-edizioni.it/
info@epoche-edizioni.it

L'Africa ha tanto da insegnare

«IL NOMADISMO insito nel mio Dna è la chiave della mia creatività. Trovo ostinatamente infantile l’idea che si possa nascere, vivere e morire nello stesso luogo». Lo annota nel volume Il viaggio capovolto, edito da Epoché, ma lo vive soprattutto sulla sua pelle: l’autrice, Valentina Acava Mmaka, ha la carnagione chiara ma l’Africa nel sangue. Nella sua vita intensa dal punto di vista umano e professionale - giornalista e scrittrice, poetessa e autrice di teatro, mediatrice culturale e fondatrice dell’associazione “Soggetto nomade” (http://soggettonomade.blogspot.com/) -, il meticciato è ben altro che un concetto astratto.
Nata a Roma 39 anni fa da genitori italiani di origini greche, è cresciuta in Sudafrica (dove è arrivata a pochi mesi di vita) e in Kenya. Ed è qui che ha deciso di tornare con le sue tre figlie, che per metà sono keniane : tra Mombasa e l’isola di Mamu, i luoghi paterni affacciati sull’Oceano indiano. Luoghi a cui è legata da motivi sentimentali - appunto - e insieme culturali e artistici. «Porto dentro l’incantamento di percezioni ed emozioni, forti e radicali, incontri e affetti che hanno trasformato la mia esistenza tanto da sentirmi oggi privilegiata rispetto a qualsiasi altro tipo di vita immaginabile».


È UNA MIGRANTE al contrario, Valentina: ha scelto di stabilirsi in Africa orientale. «Visto che mi sono dovuta adattare varie volte, definisco me stessa più attraverso relazioni familiari e personali che con l’idea di cittadinanza», afferma, precisando che per lei le frontiere «sono presenze effimere: sento di appartenere a più luoghi simultaneamente ». Forse la decisione di rientrare nella sua patria d’adozione è «un’eredità acquisita con l’esperienza - spiega -. Sebbene la mia famiglia sia da moltissime generazioni in movimento, il mio è un caso un po’ sui generis. Nel tempo si è radicata in me la necessità di muovermi, fuggire la fissità per continuare il dialogo che si interrompe ad ogni partenza, e allo stesso tempo trovare risposte: quelle che ciascuno di noi cerca, ma che in me hanno bisogno del movimento per configurarsi». La scrittrice, quindi, ritiene ormai come una parte di sé «la seduzione della partenza e del ritorno, dell’abbandono e del ritrovamento». Senza dimenticare che «le migrazioni dall’Africa all’Italia sono il frutto di una serie di circostanze spesso drammatiche che spinge le persone e persone a partire.
Tuttavia l’Africa ha un patrimonio inestimabile di risorse umane e naturali... Se solo potesse riappropriarsi di un’autonomia, liberarsi della sterile e nociva complicità degli Stati occidentali che dettano legge e alimentano drammi per i propri interessi, forse tante persone potrebbero decidere di restare.»

NATA IN ITALIA, È CRESCIUTA IN SUDAFRICA E KENYA, DOVE HA DECISO DI VIVERE
«Trovo infantile l’idea che si possa nascere, vivere e morire nello stesso luogo»


AUTRICE ANCHE di favole per ragazzi e di testi didattici sulle tribù di Africa Orientale e Sudafrica, Acava Mmaka ha un’idea tutta sua di come raccontare l’Africa agli italiani più piccoli, durante i suoi viaggi di lavoro nel nostro Paese: «I bambini sono splendidi interlocutori. La loro vivace curiosità e sincera voglia di conoscere, la loro naturale libertà dai pregiudizi li rende i veri mediatori delle nostre società. Hanno molto da insegnare agli adulti: sono straordinariamente consapevoli che c’è qualcosa in più rispetto a quello che già sanno dell’Africa, per lo più immagini stereotipate. Scoprono così un’amica lontana, diversa, piena di novità, lati segreti e sfumature; la percepiscono come un luogo da vedere e toccare, annusare e ascoltare».
I bambini di casa nostra restano affascinati da colori e forme morbide, profumi e ritmi africani, ma non solo: «Quando racconto la vita dei loro coetanei negli slums di Nairobi o di Mombasa o quella dei villaggi rurali, spesso si appassionano a certe “libertà” dei loro fratelli all’Equatore, che riguardano il rapporto con l’ambiente, lo spazio urbano. Dovremmo piuttosto interrogarci su famiglia e scuola, i motori trainanti perché un’interazione interculturale possa compiersi con successo», osserva Valentina. Al bando, dunque, «l’ottica autoreferenziale della cultura europea. Se ascoltassimo chi l’Africa la rappresenta, sarebbe l’inizio di una apertura verso il nuovo.
Il dialogo può esserci solo in una cultura del rispetto e della conoscenza».
 
INTERVISTA DI Laura Badaracchi
MONDO E MISSIONE DI OTTOBRE 2010